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La Gazzetta del Mezzogiorno 07.01.2012

Fazzi senza primari si rischia il collasso

L’anno orribile del «Vito Fazzi» è appena cominciato. Si illude, infatti, chi spera che con il 2011 il peggio sia passato. Il futuro si presenta nero: primari in fuga verso altri lidi o la sospirata pensione, medici e infermieri che lasceranno per raggiunti limiti di età, carenza di personale sempre più evidente soprattutto nei reparti dove l’impegno è maggiore. E, come se non bastasse, il rischio concreto di perdere i 117 milioni di euro destinati alla costruzione della torre tecnologica.
Ma c’è anche una organizzazione del lavoro che lascia perplessi. E’ inconcepibile, infatti, che un paziente operato che deve effettuare il controllo un mese dopo l’intervento si senta dire dal Cup che dovrà aspettare oltre un anno per eseguire l’ecodoppler necessario a verificare l’evolversi della situazione. Ma lo scandalo non sta tanto nella prenotazione del Cup ma nel fatto che il reparto non abbia preso in carico la situazione del paziente facendo seguire - come accade negli ospedali veri, ed anche in alcuni reparti del Fazzi - un percorso privilegiato che evita - come è giusto - le liste d’attesa. Ma al Fazzi è difficile trovare una linea d’azione omogenea. Specialmente ora che la squadra dei primari è ridotta ai minimi termini. 

Sono senza guida le unità operative di Dermatologia (da una vita è andato via il dottore Quarta), di Malattie infettive (Tommasi), di Medicina nucleare (Ardito), di Neurochirurgia (Montinaro), di Neonatologia-Utin (Longo). Nei prossimi mesi dovrebbero andare in pensione i primari di Ostetricia e Ginecologia (Tinelli) e di Endocrinologia (Formoso). Senza dimenticare il caso del dottore Giu - seppe Rollo che dopo aver riportato l’Ortopedia salentina a livelli impensabili solo alcuni anni fa, lascia il Fazzi per accettare le offerte di una struttura pubblica. Una vicenda, quella dei primari in fuga, messa in evidenza recentemente anche dall’ex consigliere regionale del Partito della Rifondazione comunista Piero Manni. 

«Trovandomi - sottolineava Manni lo scorso 20 dicembre - a visitare una paziente nel reparto di Ortopedia del Vito Fazzi, vengo casualmente a sapere che il direttore dottor Giuseppe Rollo cesserà il servizio presso l'ospedale leccese al 31 dicembre e si trasferirà presso un nosocomio privato, in provincia di Bari. Circa un anno fa, un altro ortopedico, il dottor Antonio Rizzo, da pochi anni in forza all'ospedale di Copertino, ha lasciato la struttura pubblica optando per una privata». «Confesso - continua Manni - che il fatto mi preoccupa, in quanto salentino; non vorrei che la situazione dell'ortopedia tornasse nella provincia di Lecce alla condizione di qualche decennio fa, allorquando il settore godeva di una pessima fama». Inevitabile la domanda che si pone l’esponente di Rifondazione. «Perché - chiede - Rizzo e Rollo, due professionisti di grande esperienza, stimati nel settore e di prestigio e credito, hanno lasciato la sanità pubblica? Io non ho informazioni in merito, ma per la mia conoscenza delle dinamiche in questo campo ho la precisa sensazione che i due specialisti siano stati lasciati ad operare in situazione di disagio dal punto di vista dell'organizzazione e della disponibilità di risorse umane e strutturali: ne sa qualcosa il direttore generale della Asl?» «Tale sensazione - sottolinea - è confermata da quanto ho appreso nella breve visita alla mia parente: i pazienti devono portarsi da casa la carta igienica; la mia parente, avendo avuto una reazione allergica al cerotto, ha dovuto provvedere da sé ad acquistare una idonea pomata, in quanto il reparto ne era sprovvisto. Non ritengo che si possano attribuire specifiche responsabilità alla direzione del Vito Fazzi, e quanto denuncio credo sia il segnale di una situazione di forte sofferenza della Asl di Lecce e in generale delle politiche sanitarie pugliesi, o forse più correttamente della mancanza di una politica sanitaria pugliese la quale oscilla tra scelte dettate dalle contingenze burocratiche e l'incapacità di una progettazione complessiva di ampio respiro, tra la chiusura di reparti e di interi ospedali e l'incapacità di creare presidi territoriali diffusi che compensino quella chiusura». 

Misteri del Vito Fazzi, dove ci sono due reparti di Urologia che continuano a sussistere nonostante uno dei primari sia andato in pensione; dove ci sono medici e infermieri che risultano in carico ad un reparto ma lavorano in un altro; dove non si trovano i soldi per far funzionare apparecchiature per esami molto richiesti eppure i soldi si trovano per le stesse apparecchiature che si trovano in altri ospedali della provincia dove però le richieste di quegli esami è minima. Misteri.

 

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