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Libero 02.01.2012
Passera ignori la Cgil LA CRESCITA SI FA TAGLIANDO I FINTI POSTI DI LAVORO di MAURIZIO BELPIETRO I discorsi di Capodanno dei presidenti della Repubblica sono come I panettoni: sene ingurgiti troppi poi ti viene la nausea. Nelle chiacchiere quirinalizie, infatti, la retorica abbonda, mentre le dichiarazioni concrete scarseggiano. Nel caso dell’ultima predica di Giorgio Napolitano un’informazione utile però c’era. Il capo dello Stato, a proposito dell’enorme debito statale che grava sulle spalle degli italiani, ha citato come causa principale la spesa pubblica, attribuendone l’esplosione agli anni Ottanta. Guarda caso quello è anche il periodo in cui la crisi economica spinse le forze politiche a pensare di poter risolvere i problemi soccorrendo le imprese in difficoltà con l’aiuto dello Stato. La pratica trovò il suo perfezionamento con la legge Prodi (già allora Mortadella faceva danni), ovvero con una norma che consentiva alle imprese con più di trecento dipendenti di non fallire. I soldi per evitare il crac ovviamente li metteva Pantalone, al quale toccava farsi carico del funzionamento di aziende decotte. Il sistema fu messo al bando dieci anni dopo dall’Unione europea, che lo reputò una forma di concorrenza sleale. Ma, cacciato dalla porta, il metodo di tener vive attività defunte o di continuare a pagare maestranze ormai non più utili è rientrato dalla finestra. Per cui ancora oggi sono decine di migliaia i posti finti che lo Stato mantiene, creando una distorsione del mercato e alimentando il lavoro nero di chi, ricevuto lo stipendio senza far nulla, poi trova un altro modo per occupare la giornata. Vi domandate perché parli di Prodi, della sua legge e dei mille modi con cui lo Stato si intromette nella vita delle fabbriche, anche di quelle morte? Perché la mancata inumazione di imprese estinte è uno dei sistemi che fanno crescere il debito e rallentano l’economia. Margaret Thatcher, quando divenne premier e rilanciò la Gran Bretagna, per prima cosa non fece la guerra al sindacato come molti credono, ma all’industria assistita. Chiamò i dirigenti della British Leyland e disse loro: se non siete capaci di fare automobili senza sussidi, dovete chiudere, perché da ora in poi io non sgancerò più neppure una sterlina. Come è noto, la fabbrica tirò giù la saracinesca e alla fine l’economia inglese ne guadagnò. Invece, da noi, mentre dobbiamo sorbirci i sermoni di fine anno di Napolitano sulla stangata, tutto continua come prima. È di ieri la notizia che al ministero dello Sviluppo economico sono aperti 230 tavoli per altrettante crisi aziendali. Segno evidente che la recessione avanza, ma soprattutto che i metodi per affrontarla, anziché cambiare, rimangono gli stessi. Non c’è infatti ragione che il governo si occupi di un’industria che non va e se lo fa è solo per mettere mano al portafogli. In barba ai divieti della Ue ci sono molti modi per sostenere un’azienda. Il più diffuso è quello di usare la mobilità lunga, ovvero un sistema di cassa integrazione straordinaria che libera la società dal problema degli eccessi di personale scaricandolo sulle spalle dello Stato. Così si nascondono sotto il tappeto i veri numeri della disoccupazione e si aggravano i conti dell’Inps. Che razza di rigore è quello che impedisce di andare in pensione nonostante 40 anni di contributi, ma retribuisce chi non lavora? Come si può ancora tollerare che lo Stato mantenga posti che non ci sono più senza indirizzare chi ha perso il lavoro verso altre occupazioni? In Italia ogni anno cresce il numero di occupati extracomunitari, nell’industria, nell’agricoltura, nei servizi, nella ristorazione e perfino nella sanità. Ma lo Stato paga gli italiani rimasti senza impiego per restare a casa. È quanto succederà con i 750 lavoratori della Fiat di Termini Imerese. È ciò che è accaduto con le migliaia di dipendenti dell’Alitalia, cui sono stati assicurati sette anni di mobilità, cioè di stipendi in cambio di un non lavoro. Di qui il nostro appello al ministro dello Sviluppo economico. Caro Passera, lei la storia delle maestranze della nostra compagnia di bandiera la conosce bene, in quanto da banchiere tenne a battesimo l’operazione che portò al passaggio di consegne tra Stato e investitori privati. Non ripeta quegli errori. Non crei altre centinaia di piccole Alitalia. La crescita non si rilancia aumentando i posti finti o la mobilità. Così a crescere è soltanto il debito e di quello ne abbiamo da vendere. Faccia una cosa: chiuda i tavoli del suo ministero. Alla fine avremo più disoccupati. Ma anche gente che si cerca un lavoro vero e non persone che si trastullano all’idea di averne uno finto. L’economia ringrazierà, il sindacato un po’ meno. Pazienza: non si può avere tutto. A noi toccano le litanie di Napolitano. A lei toccheranno quelle della Camusso. Auguri. |