|
La Gazzetta del Mezzogiorno 24.07.2010 Un «proiettile intelligente» aiuterà a sconfiggere la leucemia mieloide • Non solo aumenta la sopravvivenza dei malati di leucemia mieloide cronica, ma accende anche le speranze di una completa guarigione: la capsula «intelligente» scoperta dai ricercatori dell’Università del Salento, promette «miracoli». Il gruppo di studiosi guidato dai professori Michele Maffia e Ross Rinaldi, ha intrappolato il capostipite dei farmaci intelligenti utilizzati nel trattamento di questa neoplasia del midollo osseo, il Glivec, all’interno di un innovativo «guscio» biocompatibile, sviluppando un «proiettile» in grado di colpire in maniera ancora più efficace e selettiva le cellule staminali leucemiche. «Il Glivec - spiega Malù Coluccia, referente scientifico del progetto di ricerca che è finanziato dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc) - è stato intrappolato all’interno di microcapsule polimeriche costituite da materiali totalmente biocompatibili e biodegradabili, ottenendo così un’inattivazione più duratura ed efficace della proteina oncogenica P210 nelle cellule staminali malate, rispetto al farmaco usato singolarmente. Il farmaco Glivec - prosegue - è infatti in grado di ridurre notevolmente i globuli bianchi malati, ma non è capace di eradicare i progenitori staminali leucemici da cui può dipendere la ricomparsa della malattia. Questo significa che la terapia Glivec non può essere mai interrotta con costi ancora piuttosto elevati. A questo, si as socia anche il fatto che circa il 20 per cento dei pazienti con leucemia mieloide cronica (Lmc) non ottiene risposte durature e sviluppa resistenza fin dall’inizio del trattamento. Ecco perchè, grazie al sostegno di Airc, cerchiamo di delineare i meccanismi cellulari e molecolari che rendono le cellule staminali leucemiche resistenti al Glivec - conclude Coluccia - ma anche di sviluppare nuove strategie terapeutiche capaci di aumentare la ritenzione di questo farmaco nelle cellule malate potenziandone gli effetti anti-tumorali a dosi più basse e senza effetti tossici sulle cellule staminali normali». I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica «Nanomedicine». E presto potrebbero tradursi in vantaggi concreti per i pazienti, grazie a un accordo di collaborazione tra l’Università del Salento, l’Unità di Ematologia diretta da Nicola di Renzopresso il Polo Oncologico «Giovanni Paolo II» di Lecce, e l’Unità di Ricerca clinica dell’ospedale universitario «San Gerardo» di Monza. C’è poi l’altra faccia della scoperta. Ross Rinaldi, coordinatrice del gruppo di nanotecnologi dell’Istituto di Nanoscienze di Lecce, spiega infatti che sfruttando la multifunzionalità di queste capsule (derivante da una struttura a multistrati di spessore nanometrico) è possibile «nano-ingenierizzarle» introducendo tra gli strati esterni di rivestimento opportune molecole di riconoscimento che le rendano efficaci verso uno o più target tumorali allo stesso tempo. Il meccanismo è semplice e sicuro: queste microparticelle-navetta, infatti, vengono attivate solo dopo esser state incorporate dalle cellule, rilasciando quindi il loro cargo terapeutico in modo controllato. Il risultato è per molti versi rassicurante, considerato che ad oggi, l’unico trattamento capace di eradicare la Lmc (in Italia si contano circa 15 mila malati, con mille nuovi casi l’anno in tutte le fasce d’età, inclusi i bambini) è il trapianto di midollo osseo da donatore Hla compatibile (trapianto allogenico), opzione tuttavia riservata a pochi fortunati (solo un terzo dei pazienti ha un familiare o non consaguineo compatibile). L’alternativa è l’autotrapianto di cellule staminali (precedentemente raccolte dallo stesso paziente e criopreservate), ma finora non ha dato gli esiti sperati. Lo studio dei ricercatori salentini apre quindi nuovi orizzonti nel panorama delle tecniche di trapianto e della Medicina rigenerativa più in generale, grazie alla messa a punto di protocolli terapeutici per la ricostruzione e la rigenerazione di tessuti malati o danneggiati, basati sull’utilizzo di cellule staminali e innovativi biomateriali nanostrutturati. «Questi risultati - sottolinea il professore Michele Maffia, dell’Università del Salento e responsabile del Laboratorio universitario di Proteomica Clinica del «Vito Fazzi» di Lecce che ospita il progetto Airc - dimostrano come una pratica clinica supportata da un’attività di ricerca mirata possa avere delle ricadute importanti dirette sul paziente, aumentando in questo caso la possibilità di indagini molecolari e lo sviluppo di terapie personalizzate che consentono di eradicare la leucemia mieloide cronica». |