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Il Nuovo Quotidiano di Puglia 19.07.2010 L’INTERVENTO Sanità, sbagliato accettare il piano Tremonti Di Antonio Maniglio* Il piano sanitario e ospedaliero di Fitto e quello di Vendola non sono la stessa cosa. L’ex governatore impostò una sua programmazione autonoma, frutto di una valutazione e di idee maturate sul campo; il piano di Vendola è scritto dai tecnici di Tremonti. Tecnici che, pistola in mano, concedono alla Puglia solo di decidere quale tempia offrire. Non è una differenza da poco. Ed è sorprendente, anzi, che Vendola abbia vissuto questo commissariamento in modo blando e quasi fatalistico. La Puglia non è una regione "canaglia", e i deficit sanitari sono stati sempre ripianati con risorse del proprio bilancio. Bisogna insistere: il "reato" commesso dalla Puglia è quello di aver speso in tempo utile i fondi comunitari e i Fas. Facciamo parlare i dati: per la programmazione 2000-2006, al 30 aprile 2005 (!) – ossia ad un anno dalla scadenza -, era stato impegnato solo il 48% dei fondi e i pagamenti effettivi ammontavano a un misero 30%. Ecco perché nel 2006 si è sforato il patto di stabilità: per aver accelerato la spesa, impedendo la revoca dei fondi assegnati, e per giungere ai risultati di questi giorni che certificano che il mezzogiorno, a differenza di quanto detto cialtronescamente da Tremonti,- ha speso tutte le risorse disponibili. A ciò si aggiunga l'approvazione del patto per la salute 2010 che riduce il numero dei posti letto da 4,5 a 4 per mille abitanti (di cui lo 0,7 destinati alla lungodegenza), tagliando oltre 10 mila posti in tutta Italia. La ricostruzione di questo percorso, però, e questo è il punto politico decisivo, non cambia la percezione che i cittadini stanno avendo della manovra in corso. t un po' complicato far digerire al popolo che il patto di stabilità e il suo sforamento, le finanziarie di questi anni e i nuovi parametri per i posti letto, siano i responsabili della chiusura degli ospedali e del ritorno di ticket 'sui farmaci. Ecco perché il Pd chiede al presidente della Regione di stare in campo. Non solo per un dovere istituzionale, ma perché la sua forza politica e comunicativa sono indispensabili nel confronto con i Comuni, le organizzazioni sociali, i cittadini. Anche per questo eviterei di introdurre altri argomenti. Se si afferma che "ci sono luoghi che si chiamano ospedali ma dove non si viene curati adeguatamente" e, in virtù di ciò, si giustifica la chiusura dei piccoli ospedali, spostiamo la discussione sul piano di rientro su un altro livello. Non più le sanzioni del governo nazionale ma una visione politica dell'organizzazione sanitaria. Se questo accade bisogna sapere che questa è la filosofia che stava dietro al piano Fitto. E che contro quell'idea abbiamo combattuto e abbiamo costruito la vittoria del 2005. Se oggi si assume quell'impostazione bisogna essere coerenti sino in fondo. E dire che nel 2005, vinte le elezioni, non bisognava fare quel piano della salute approvato nel 2008, frutto di una larghissima condivisione tra cittadini, operatori ed enti locali, ma - lo dico brutalmente - "completare" il piano del 2002: chiudere i piccoli ospedali a valenza "medica", come si sta facendo con il piano di rientro; organizzare la medicina e i servizi sul territorio, come non è stato fatto in questi anni e come è testimoniato dall'allungamento delle liste d'attesa. Mi rendo conto che è un'affermazione forte. Ma la verità e sempre rivoluzio- naria anche quando ci fa male. E d'altronde riconoscere una propria incertezza e qualche errore è, senza scomodare la pratica dell'autocritica, una prova di umiltà e di forza. E può servire, nel caso specifico, a tentare di aprire un confronto diverso con la destra. Non mi illudo: il Pdl, se prevarranno gli istinti rancorosi e vendicativi, si attiverà per innalzare il tasso di rissosità. Ma si getterà in un vicolo cieco. Le elezioni si sono appena tenute e la strada da fare è assai lunga. Per questo confido nella possibilità, per quanto esile, che l'insieme delle forze politiche alzi lo sguardo sul futuro. La ristrettezza delle risorse, i nuovi bisogni e la vita che si allunga, l'innovazione tecnologica impongono di riformare il sistema sin qui conosciuto. Questo significa individuare sprechi, privilegi, rendite di posizione e procedere non solo per tagli, ma anche per innesti, dando nuovi servizi ai cittadini. La classe dirigente pugliese, mettendo da parte l'alternanza della demagogia, è pronta ad aprire questa sfida? Io ci spero. E per questo ritengo giusto che entro luglio si svolga una seduta monotematica del Consiglio regionale. Potrebbe essere l'occasione per mettere le carte in tavole e giocare, finalmente, una partita trasparente per il bene della Puglia. Antonio Maniglio *Vicepresidente del Consiglio regionale (Pd) |