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Il Corriere della Sera 18.07.2010 Il sensore per controllare lo scompenso cardiaco Un dispositivo che «dialoga» col medico È grande come una clip per i fogli di carta. Viene inserito nell'arteria polmonare attraverso un catetere e da lì misura in continuazione la pressione nel vaso, lanciando allarmi al medico quando questa sale troppo. È il sensore per lo scompenso cardiaco sperimentato in 63 centri cardiologici Usa e, stando ai dati sui primi 550 pazienti, è uno strumento eccellente per controllare meglio la malattia: riduce i ricoveri, allunga la sopravvivenza e migliora la qualità della vita dei malati. I risultati dei test clinici sono stati presentati al congresso Heart Failure 2010 dell'European Society of Cardiology, a Berlino, e se venissero confermati da ricerche più ampie potrebbero far ben sperare i tanti italiani con il «cuore stanco», che non si contrae più in maniera efficiente (si stima che siano oltre un milione). Lo strumento, attraverso le radiofrequenze, trasmette i dati in tempo reale a un «lettore» elettronico esterno che comunica con il medico. «In metà dei pazienti nella sperimentazione le scelte terapeutiche sono state adottate tenendo conto dei dati clinici tradizionali e di quelli emersi tramite il monitoraggio; nell'altra metà, che pure aveva la clip impiantata, i dati registrati non erano stati riferiti al medico curante » , spiega William Abraham, responsabile dello studio e cardiologo all'università di Columbus, in Ohio. I risultati a sei mesi di distanza sono rassicuranti innanzitutto sul versante degli effetti collaterali: solo otto casi di complicanze legate ai sensori. Buoni soprattutto i risultati clinici: il rischio di ricoveri si è ridotto di un terzo. «Pare che vi sia tra l'altro un progressivo miglioramento dei risultati nel tempo: il rischio di ricoveri si abbassa subito, ma poi tende a scendere ancora di più». Sebbene il sensore sia stato messo alla prova in 63 Centri statunitensi, è ancora da considerare del tutto sperimentale. Certo è che potrebbe trattarsi di una bella novità per il trattamento dello scompenso: «Da dieci anni non avevamo nulla di tanto promettente per l'insufficienza cardiaca. Se i risultati saranno confermati, saremo in grado di trattare la pressione polmonare dei pazienti in maniera più incisiva e non saremo soltanto costretti a contenere i sintomi della malattia o a raccomandare ai pazienti di perdere peso: potremo far qualcosa di consistente per impedire che le condizioni del cuore peggiorino – dice Abraham –. Un aumento della pressione polmonare, infatti, è segno diretto della congestione cardiaca: individuandolo appena si manifesta possiamo intervenire presto, modificando le terapie così da riportare la pressione nella norma ed evitare che lo stato di salute del paziente degeneri fino ad arrivare a un episodio di scompenso che costringe al ricovero», conclude il ricercatore. |