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Il Corriere del Mezzogiorno 16.07.2010 DA FITTO A VENDOLA di FRANCESCO STRIPPOLI Si attiva un riflesso automatico ogni qualvolta si pronunci l’espressione «riordino ospedaliero». In questi giorni sta mettendo mano agli ospedali la giunta di Nichi Vendola. Immediatamente il pensiero corre all’iniziativa analoga attivata otto anni fa, estate 2002, dal predecessore Raffaele Fitto. Quel provvedimento, come è noto, fu accolto con proteste di piazza e influì non poco sul destino elettorale dell’allora governatore. Comparare i due progetti è proibitivo se non impossibile (basti dire che il primo si imperniava su un tasso di 4 posti letto per «acuti» ogni mille abitanti, il secondo su poco più di tre per mille). Ma qualche confronto sulle situazioni è utile. Fitto avviò, con qualche errore politico, un’opera di indispensabile programmazione. Talmente necessaria che perfino l’opposizione di centrosinistra riconobbe (con una mozione al Consiglio, il cosiddetto «contro-piano») la necessità di diminuire posti letto ed ospedali. Una quindicina, esplicitamente indicati, ne perdevano le caratteristiche per diventare aree di lungodegenza. Molte di quelle 15 strutture coincidevano con quelle individuate da Fitto per la riconversione e ora all’attenzione di Vendola. Chiudere (e riconvertire in qualcosa d’altro) era ed è doveroso: per razionalizzare e dirottare le risorse su strutture meno numerose e più efficienti. Fitto propose anche la criticata distinzione tra ospedale medico e presidio chirurgico, per accorpare reparti e continuare a realizzare economie. Scelta opinabile, si disse, ma si tratta di una delle tipologie ammesse dall’Organizzazione mondiale della sanità. Il vero difetto, tuttavia, fu la brutalità con cui il Piano fu ammannito alle comunità locali. Invece della defatigante opera di convincimento e l’offerta di servizi alternativi (in verità non predisposti per tempo) si preferì il blitz. Invece della persuasione, la sfida frontale, con il «tour» agostano dell’allora presidente nei 20 Comuni che si sentivano penalizzati. Fitto, armato delle proprie convinzioni, affrontò con rudezza i consigli comunali. Cosicché il governatore, che fino ad allora era un plaudito «decisionista», divenne un politico «arrogante». Più volte interpellato sul punto, Fitto ha giustificato il blitz: «O così, o non me lo avrebbero mai fatto fare». Il che ci dice molto del rapporto che le comunità costruiscono con i propri ospedali (anche quando non li usano). Vendola non si trova alle prese con un’opera di autonoma programmazione. Ma con un frettoloso e controverso Piano di rientro, imposto dal governo, e frutto della combinazione intrecciata di molte norme. Per semplificare, si può dire che dapprima il Patto della salute del 2005 e poi la Finanziaria per il 2008 hanno scaricato sulla sanità la sanzione per la violazione del Patto di stabilità (non rispettare i tetti delle uscite nel bilancio ordinario). L’intreccio è il seguente: le Regioni con «deficit strutturali» in sanità e che abbiano violato il Patto di stabilità sono costrette ad un «Piano di rientro» per razionalizzare la spesa sanitaria. E soprattutto per rientrare in possesso di risorse finanziarie bloccate a Roma quale sanzione per la violazione del Patto. Tutto chiaro? Sembrerebbe di sì, se non fosse che la Finanziaria 2010 introduce una nuova norma, la cui interpretazione non convince Vendola. Obbliga, sostiene la giunta, al «Piano di rientro» anche Regioni come la Puglia, che hanno violato il Patto di stabilità, ma non hanno un «deficit strutturale» e ai propri disavanzi sanitari provvede con risorse proprie. Il braccio di ferro è durato qualche mese, poi a giugno la Puglia si è disposta ad allestire entro fine luglio il «Piano di rientro». Che, per questo, non è un atto di programmazione ma un’azione necessitata. «Sono costretto dal governo - ha detto Vendola - altrimenti rischio di perdere 500 milioni e non riuscire a pagare gli stipendi». Non è l’unica differenza col passato. Mentre il suo predecessore affrontava con ruvidità le piazze, Vendola sembra blandire le proteste: «Mi metterei alla testa dei cortei per protestare contro il governo». Finora il governatore ha tenuto un profilo basso. Alla domanda se avesse messo in preventivo di incontrare le comunità locali, ha preferito glissare e replicato che sarà «il centrosinistra a spiegare». Pare una scelta tattica: non bruciare il consenso che gli arride, almeno fino a quando la situazione non sarà decantata. Che non si tratti di un’impressione lo rivela la richiesta arrivata giorni fa dal Pd: «O il Piano cambia e si assicurano servizi alternativi agli ospedali, o sia Vendola a metterci la faccia». I democratici, va riconosciuto, sono nel giusto quando sollecitano «un piano che non solo tagli, ma anche innesti» e il coinvolgimento dei sindaci, finora non consultati. Non si può sfuggire, tuttavia, ad un’impressione. Che anche questa volta i Democratici siano arrivati tardi. Che, cioè, siano stati messi di fronte al fatto compiuto. Per responsabilità propria (nessuno si era accorto della vastità e profondità del Piano) o per una scelta della giunta. Che sembra aver eluso il confronto sia per i tempi ristretti, sia anche per evitare trattative di marca campanilistica. Il Piano si correggerà, ha concordato il Pd con la giunta, «ma a saldi invariati». Un eufemismo per dire che i cambiamenti saranno modesti. Un ultimo aspetto. Vendola presentando l’appuntamento delle «Fabbriche di Nichi» a Bari, ha attaccato davanti al suo popolo «il mito della compatibilità dei bilanci». Sembrava una dichiarazione di aperta ostilità contro la pretesa del governo di ottenere il Piano di rientro. Sembrava l’annuncio di una mobilitazione popolare o di un conflitto giudiziario. Non è stato così. Vendola in questo modo sembra ricoprire due figure. Quello del movimentista politico e quello dell’uomo di governo. A volte i due ruoli coincidono felicemente. A volte no, come in questo caso. |