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Il Corriere della Sera 14.07.2010 Le mani della ’ndrangheta sugli appalti del NordTra Milano e Reggio Calabria 300 arresti. «Cupola» come Cosa NostraMILANO— Una ’ndrangheta al Nord, propaggini di cosche calabresi che trafficano in trasferta in Lombardia? No, non più: ormai è ’ndrangheta del Nord, «che non riproduce modelli di azione» dei clan calabresi «ma, attraverso un vero e proprio fenomeno di colonizzazione, forma uno stabile insediamento mafioso in Lombardia. E mette radici» al punto da azzardare «un certo grado di indipendenza dalla "casa madre" calabrese»: un abbozzo di sogno troppo "federalista" pagato caro dal boss Carmelo Novella, assassinato il 14 luglio 2008 a San Vittore Olona. «A dispetto dell’apparente "non visibilità" del fenomeno ’ndranghetista in terra lombarda», ieri 300 arresti d’intesa tra le magistrature di Milano (due ordinanze dei gip Andrea Ghinetti e Giuseppe Gennari) e Reggio Calabria (un maxifermo ordinato dai pm del procuratore Giuseppe Pignatone) «comprovano che la Lombardia è già da tempo sede stanziale di gruppi organizzati anche con modalità militare, che rivendicano (e purtroppo realizzano) un controllo del territorio antagonista a quello dello Stato». E rispetto alla Calabria, non c’è tanta differenza neppure nel comportamento della classe imprenditoriale: «Negli ultimi tre anni, per dare un’idea del fenomeno, sono stati compiuti in Lombardia oltre 130 attentati incendiari a danno di imprenditori e oltre 70 episodi intimidatori commessi con armi, munizioni ed esplosivi», enumera il procuratore aggiunto milanese Ilda Boccassini con i pm Alessandra Dolci, Paolo Storari e Ada Cecchelli, tornando a lamentare che nessuno abbia mai denunciato alcunché. Nell’Aula Magna del Tribunale di Milano a fare il punto ieri sull’operazione sono i pm di Milano e Reggio Calabria, i dirigenti di carabinieri e polizia, i vertici della Dna: una sede inusualmente solenne e un parterre raro da mettere allo stesso tavolo, per dare un evidente nuovo segnale di efficacia di non sempre facili collaborazioni. Ma è stato ovviamente il lavoro di strada «giorno e notte di 50 carabinieri» a permettere ad esempio di documentare 40 summit mafiosi, tra i quali quella miniera d’oro che si è rivelata la riunione del 31 ottobre 2009 nel centro per anziani «Falcone e Borsellino» di Paderno Dugnano, dove «Pasquale Zappia viene eletto quale referente della ’ndrangheta in Lombardia» sotto l’egida di Pino Neri, il boss che dopo l’uccisione di Novella aveva avuto l’incarico di «commissariare» i clan lombardi e di traghettarne la transizione in una temporanea «camera di controllo». E la foto dei 22 partecipanti, raffrontata a quella dei 18 presenti il 30 maggio 1998 al summit negli orti di Novate Milanese durante il sequestro di Alessandra Sgarella, fa osservare ai pm che, se da un lato «in 11 anni poco o nulla è cambiato», tuttavia «l’immagine può essere considerata la trasposizione fotografica dell’intervento realizzato dal legislatore con il decreto legge del 4 febbraio 2010, che ha introdotto il termine ’ndrangheta nell’art. 416 bis» sulle associazioni mafiose. La nomina di Zappia come Mastrogenerale della Lombardia, cioè uomo di raccordo con la Calabria, «è preceduto da un discorso programmatico» nel quale Pino Neri «rappresenta la necessità di una vera e propria ristrutturazione dell’organizzazione», in chiave più piramidale, «con la definizione di precisi limiti di responsabilità di ciascun affiliato». Anzi, «Neri precisa che la fase di riorganizzazione ha interessato tutti, anche la Calabria» a partire dalla redistribuzione di «cariche» e «doti» nella «riunione tenutasi il 19 agosto del 2009 in occasione del matrimonio tra Elisa Pelle e Giuseppe Barbaro». Oggi, dunque, la ’ndrangheta è divisa in tre «mandamenti» (Tirrenico, Centro o Città, e Jonico), all’interno dei quali si muovono le «locali», composte a loro volta dalle «’ndrine» e «famiglie». Ci sono poi le 15 «locali» della Lombardia, con «500 affiliati». Su tutto veglia, dirime e sanziona un organo collegiale: la «Provincia» o «Crimine». Che da ieri, però, non ha più il suo «patriarca» arrestato: l’80enne Domenico Oppedisano. |