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.La Gazzetta del Mezzogiorno 31.12.2005

La storia triste e dignitosa di Massimo Bottazzo, il barbone che da 13 anni vive nella stazione ferroviaria

Paura per il clochard più amato
«Sto male. Tutti mi vogliono bene, ma non ho nulla da festeggiare»

 

Massimo Bottazzo è il clochard più amato della stazione ferroviaria. Ieri s'era sparsa la voce che stesse molto male. Fortunatamente era infondata. In stazione lo conoscono tutti, dai poliziotti ai ferrovieri, dai ragazzi del bar all'edicolante. «E' una persona dignitosa e si fa voler bene» dicono in coro. «Prego Dio di aiutarmi - confessa al cronista -, so che le mie condizioni sono gravi. Il medico del Fazzi che mi segue mi ha dato una terapia, ma c'è un farmaco che mi fa soffrire molto, non riesco proprio a sopportare il dolore che mi procura e non lo prendo più». Nelle ultime settimane Massimo, che ha 40 anni, si è intristito. Da alcuni giorni non va neanche alla mensa dei poveri delle suore vincenziane, perchè mangiare lo fa star male. «Suor Anna Maria e la madre superiora sono buone e mi accolgono bene, non so se andrò a mangiare da loro». La stazione è un via vai continuo. La gente si muove con rapidità. Chi arriva è accolto da parenti o amici. Chi parte ritorna nelle città del Nord dopo la pausa natalizia. Fuori, la città è in festa. La luce delle luminarie avvolge le piazze e le vie principali mantenendo il clima lieto delle date importanti. Il traffico rallenta il movimento e sembra unire ancor più le persone alla ricerca dell'ultimo acquisto buono. Massimo Buttazzo è il simbolo di quanti sono esclusi dalle celebrazioni, sempre più numerosi e sempre più soli. Questi sono pensieri che purtroppo si fanno vividi proprio nei giorni di festa, come una sorta di purificazione passeggera della nostra coscienza. A Natale o a Capodanno, nella frenesia della socializzazione, cercano spazio in noi anche le storie tristi e dolorose. «Sto qui da 12 anni - confessa -, dormo in una stanzetta fredda e senza luce di un capannone al di là della ferrovia, di fronte al museo dei treni. Ci sono altri due come me, ma sono molto chiusi, neanche ci parliamo. Non ho bisogno di soldi, c'è un mio amico che negli ultimi giorni mi ha dato prima 80 euro, poi 50, ma non so che farne dei soldi, non so cosa comprare. Il mio amico Franco dell'edicola ogni mattina mi dà il giornale e mi offre il caffé. Lui è dell'Inter, io del Milan, mi piace bisticciare con lui». Dietro le sofferenze umane c'è un rifiuto. Massimo è stato respinto dalla madre, di Trepuzzi, quando aveva due anni, consegnato a un istituto di Leverano. La donna ora vive a Roma. Ha avuto sei figli da cinque uomini. «Non ho mai conosciuto mio padre. Io la mamma non la odio, anzi le voglio ancora bene, ma il ricordo del rifiuto mi procura un dolore intenso. Non riesco a perdonarglielo. Padre Mario Mariafoti, che mi ha tenuto 18 anni nella comunità Emmanuel, mi ha aiutato a rintracciarla. Sono andato a Roma, le ho portato anche dei soldi, ma ho sentito subito che lei non mi voleva. Ora non voglio più vederla, le uniche persone che vorrei abbracciare sono mia sorella Veronica, che ha 20 anni e sta a Roma e il mio amico Giuliano Marri, un milanese che ho conosciuto nella comunità e che poi si è sposato scegliendomi come testimone di nozze. Ma non so come fare a rintracciarli.» Massimo è una persona dignitosa e intelligente. Quando va dalla signora Fernanda Locato, del centro Caritas della stazione, a chiedere una coperta o la biancheria intima, lo fa in modo pudico. Lui si vergogna a chiedere. Dal Comune qualche sostegno finanziario lo ha avuto, poi gli hanno detto che bisogna fare la domanda ogni volta e lui non ha chiesto più niente. «Ho conosciuto tante persone buone, da don Gaetano Tornese al professor Franco Carrozzini, un preside che insieme alla moglie Aldina e ai figli mi ha accolto sempre con gioia. Maledizione, a volte vorrei tornare indietro, non fare più errori, ma ho paura che la mia vita sia alla fine, non ce la faccio più neanche ad affrontare le piccole fatiche». Il clochard della stazione accetta gli abbracci e gli auguri. Il suo pensiero è però lontano, chiuso nel suo mondo cupo, nel quale piccole luci partono dal volto delle persone che lo aiutano. Tonio Tondo

31/12/2005 

 

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